Cattivi custodi
Storia e affari di un ambizioso club di benefattori bianchi in Africa
Quando Harry ha deciso di impegnarsi per l’Africa, seguendo l’esempio della madre Diana, ha dovuto fare i conti con il fratello. Due principi inglesi si fanno la guerra per decidere di chi è l’Africa? Ditemi che la mentalità coloniale è morta. NELS ABBEY - THE GUARDIAN
Durante un reportage in Zambia ho sentito parlare per la prima volta di un ambizioso club di benefattori bianchi che gestisce un’enorme fetta di terra africana. La storia mi ha colpito: chi sono, cosa vogliono? È iniziato tutto nella rimessa di un castello in provincia di Utrecht dall’idea di un olandese testardo: c’erano entusiasmo, spavalderia e denaro, qualcosa come “noi sappiamo come funziona il mondo”. Oggi African Parks lavora per costruire un impero verde, spinta dalla smania di preservare, o ricreare, un continente che soddisfi le aspettative occidentali.
In un reportage frutto di tre anni di viaggi e inchieste sul campo, Olivier van Beemen racconta la più grande organizzazione per la salvaguardia della natura africana che, con un fatturato di oltre 120 milioni di euro, controlla una superficie totale pari a quella della Gran Bretagna. Ma oltre agli ambiziosi piani di crescita e al successo nel mondo politico e imprenditoriale, c’è anche molto altro. Il confine che separa la tutela dell’ambiente dal colonialismo verde è sempre più labile: African Parks è la soluzione o il problema?
Leggi un estrattoIn Occidente la percezione dominante dell’Africa si basa ancora sull’immaginario dell’epoca coloniale, sulle storie di Ernest Hemingway, Karen Blixen, Joseph Conrad o Tintin in Congo, fino ad arrivare al Re Leone della Disney. La loro Africa è un continente in cui i protagonisti sono gli animali mentre le persone (nere) non compaiono quasi mai, come nel video di Wildest Dreams di Taylor Swift.