Ai confini della fatica, dove finisce il corpo e iniziano i dati: l’intervista a Michael Crawley
L’intervista a Michael Crawley a cura di Federico Vergari su Wired Italia.
Il panel che l’ha visto protagonista a Torino a Biennale Tecnologia si intitolava Ai confini della fatica: lo sport tra corpi e tecnologia. Nei suoi lavori racconta la fatica come qualcosa che va oltre la dimensione fisica. Che cosa cerca chi sceglie la “sofferenza” degli sport di endurance?
Molte delle persone con cui ho parlato, corso e pedalato in questi anni cercavano un’occasione per uscire dalla quotidianità. Per alcuni, la vita era stressante e opprimente, e fare qualcosa come correre cento miglia dava loro un senso di controllo. Per altri, la vita moderna era diventata troppo comoda e cercavano una piccola avventura per spezzare la routine. Mi piace pensare a tutto questo in termini di rituale, perché molte persone trovavano nel completamento di queste sfide una nuova prospettiva sulla loro vita.
Gli sport di endurance sembrano promettere un ritorno all’essenziale: il corpo, il limite, l’esperienza pura. Ma quanto questa idea è reale e quanto è una narrazione che costruiamo noi intorno alla fatica?
Credo che abbiamo imparato a considerare la sofferenza necessaria per completare sfide di endurance come una sorta di virtù, sia perché la persona sacrifica qualcosa e sperimenta dolore, sia perché ritorna a qualcosa di più essenziale. Questo culto della fatica, però, è relativamente recente: negli anni Settanta correre senza un motivo preciso era considerato qualcosa di insolito, persino pericoloso. È interessante osservare come la nostra società attribuisca un valore ad alcune forme di sforzo fisico estremo e non ad altre. Per la tribù dei Rarámuri in Messico, correre per lunghe distanze, ballare e bere tutta la notte erano attività dello stesso tipo, entrambe viste favorevolmente da Dio. Noi tendiamo invece ad associare la prima alla virtù e le seconde al vizio.
Nel suo ultimo libro Fino al limite parla della fatica come di una dimensione quasi spirituale a cui tendere. Le chiedo allora se lo sport di resistenza possa diventare (o forse è già) una forma di ricerca di senso.
Penso di sì. Molte persone cercano nelle sfide di endurance un modo per acquisire una prospettiva nuova sulla propria vita e per renderla più significativa. In Europa questo significato è spesso molto individualistico, ed è per questo che nel libro confronto questo approccio con esempi come quello dei Rarámuri, per i quali la corsa è una forma di preghiera collettiva, pensata per unire la comunità e favorire la pioggia e un buon raccolto.
Oggi il corpo dell’atleta è sempre più tradotto in numeri: tempi, battiti, soglie di resistenza, recuperi. Questa misurazione costante ci aiuta a conoscerci meglio o rischia di allontanarci dalla percezione diretta del corpo?
Ci viene certamente venduta la narrazione secondo cui questi dispositivi ci offrano un accesso privilegiato al nostro corpo e a noi stessi. Man mano che il numero di variabili che possiamo misurare continua a crescere – dalla frequenza cardiaca al glucosio in tempo reale, fino al valore del lattato nel sangue – molti atleti stanno adottando un approccio ingegneristico all’allenamento.
E questo a cosa ci porta?
Che si corre a velocità calibrate, reagendo costantemente a ciò che i dati suggeriscono di fare. Tempo fa ho intervistato Charlie Spedding, ultimo britannico a vincere una medaglia olimpica nella maratona nel 1984, e gli ho chiesto cosa pensasse di questi dispositivi. Mi raccontò di una sessione di allenamento in pista in cui, dopo il riscaldamento, sentiva che qualcosa non andava; decise quindi di rimettersi la tuta, tornare a casa e riprovare il giorno dopo. Disse di essere orgoglioso di aver preso quella decisione e che “non vorrebbe che fosse un orologio a prenderla al posto suo”. La mia preoccupazione è che, se deleghiamo tutte le decisioni ai dispositivi e ai dati, perdiamo la capacità di rispondere intuitivamente a ciò che sentiamo davvero.
In futuro sarà necessario distinguere tra chi si allena attraverso dati e algoritmi e chi no. Come gestire allora le disuguaglianze tra chi può permettersi certi approcci tecnologici e chi non può? E se i dati e le informazioni riusciranno a dirci cosa fare per ottenere una performance perfetta, possiamo parlare in un certo senso di doping?
Penso che, in generale, l’etica sportiva globale sia diventata soprattutto una questione di controllo di determinate sostanze farmaceutiche, più che una riflessione più ampia su cosa significhi davvero equità. Per i corridori etiopi che ho conosciuto in questi anni, per esempio, l’equità riguarda la distribuzione delle risorse e loro metterebbero le scarpe in fibra di carbonio e i tapis roulant antigravitazionali nella stessa categoria delle sostanze dopanti, perché non tutti possono avervi accesso. C’è poi una questione ancora più grande: a chi o a cosa attribuiamo le performance sportive eccezionali? Già oggi gli articoli sul record del mondo di maratona parlano più delle scarpe che dei corridori che le indossano. Se il futuro sarà sempre più dominato da innovazioni tecnologiche, rischiamo di perdere di vista le storie umane dietro le prestazioni sportive.
Attualmente sta facendo ricerca sugli enhanced games, che rendono esplicita l’idea di uno sport potenziato dalla tecnologia. Ti sembrano una rottura etica rispetto allo sport tradizionale o l’evoluzione coerente di una logica già presente nello sport?
L’innovazione continua e l’aumento della velocità sono sintomi del capitalismo globale e i rappresentanti degli Enhanced Games sostengono di stare semplicemente seguendo i tempi. Inoltre, gli Enhanced Games sono esplicitamente concepiti come un tentativo di modificare valori sociali più ampi attraverso la produzione di un particolare spettacolo sportivo. Il loro obiettivo è normalizzare l’uso di sostanze che migliorano la prestazione anche nella popolazione generale, con l’effetto di aumentare le aspettative di produttività nel lavoro e nella vita.
Se la tecnologia ci permette di spostare continuamente il limite, il concetto stesso di “limite umano” ha ancora senso?
Molti antropologi direbbero che siamo già, in parte, dei cyborg: raramente siamo offline, raramente siamo lontani dai nostri telefoni, e molti di noi usano dispositivi indossabili per monitorare diverse variabili fisiologiche. Siamo già quindi in una situazione in cui misuriamo la combinazione tra umano e macchina. La domanda che dobbiamo porci come società è quanto per noi sia importante preservare una qualche forma di umanità non filtrata, sia nello sport sia nelle arti creative, già influenzate dalla diffusione dell’intelligenza artificiale.
Guardando al modo in cui tecnologia e cultura stanno trasformando lo sport, ha l’impressione che oggi stiamo ridefinendo non solo l’atleta, ma l’idea stessa di essere umani?
Sì, penso di sì. Una delle cose interessanti emerse nelle interviste con gli atleti degli Enhanced Games è che dovevano adattarsi al fatto di provare molto meno dolore e disagio durante l’allenamento, rendendo più difficile capire quando fermarsi e quanto recupero fosse necessario. Considerando i valori umani che tendiamo a celebrare nello sport – il sacrificio, il superamento della sofferenza, la capacità di andare oltre la soglia del dolore – questo solleva domande molto interessanti su ciò che celebriamo davvero nello sport: l’essere umano o le tecnologie e le sostanze che lo aiutano a spingersi oltre?
Qui l’intervista completa.
Qui il libro: https://addeditore.it/prodotto/michael-crawley-fino-al-limite/