Capire l’Indonesia attraverso le lenti del femminismo gotico: l’intervista a Intan Paramaditha
L’intervista a Intan Paramaditha a cura di Agnese Ranaldi su Sky TG24.
Come è nata l’idea del libro?
Il libro nasce da un evento reale. Nel 2018, una famiglia ha compiuto attentati coordinati in Indonesia: madre, padre, figli insieme. Ciò che mi ha turbata non è stato solo l’atto in sé, ma anche le reazioni. Da un lato, le persone hanno subito demonizzato i responsabili, prendendo le distanze – sono loro, i radicali, non noi. Dall’altro, c’era un’enorme ossessione su come una famiglia rispettabile della classe media potesse fare una cosa del genere. La mia domanda era diversa: e se la violenza non provenisse dall’esterno della famiglia, ma dall’interno? E se le strutture che pensiamo ci proteggano fossero le stesse che producono danno? L’altro punto di partenza è stata la mia lunga ossessione per il gotico. Volevo esplorare l’idea di “infestazione” nella vita quotidiana dei musulmani nel Sud- est asiatico, un mondo in cui le nonne si trasformano in tigri, dove la pratica islamica convive con sciamani e fantasmi kuntilanak, dove lo spettrale e il sacro condividono lo stesso spazio. È il mondo stratificato in cui sono cresciuta. Volevo scrivere un romanzo gotico radicato in questa tradizione unica.
Il libro ha un’atmosfera gotica, parla di morte, di profezie, di misteri. Ma anche di cura e famiglia. Quali sono i temi principali che ha scelto di rappresentare? La domanda che guida il libro è: come riproduciamo strutture di violenza credendo di essere brave persone? È una domanda sulla vita quotidiana, non sulla morte.
La cura è il tema a cui continuo a tornare. Il romanzo chiede chi si prende cura, chi ne beneficia, e quanto facilmente essa diventi un meccanismo di controllo. Nella famiglia musulmana indonesiana di classe media, cura e disciplina sono spesso lo stesso gesto – ciò che nutre può anche confinare. Ma il romanzo mostra anche una forma diversa di cura nella comunità di donne transgender di Rosalinda: reciproca, precaria, rivoluzionaria nel suo rifiuto di abbandonare chiunque. Il contrasto tra queste due forme di cura è essenziale.
La famiglia è il contenitore di tutto questo, ma voglio resistere all’idea che il romanzo riguardi semplicemente una disfunzione familiare. Qui la famiglia è il luogo in cui vive l’ideologia. La rispettabilità che la famiglia delle tre sorelle mette in scena – pia, di classe media, moderna – è una condizione politica. Ciò che viene nascosto per mantenerla è ciò che il romanzo porta alla luce.
La sorellanza è un altro tema. La frase iniziale – “La rivoluzione comincia sempre dalle sorellastre brutte” – lo annuncia subito. Il romanzo si chiede quali voci non vengano ascoltate in nome della sorellanza, chi venga escluso dalla solidarietà femminista, chi sia la sorellastra brutta di cui la storia ha bisogno ma che rifiuta di mettere al centro.
C’è qualche traccia autobiografica?
Il personaggio di Maya, scrittrice della diaspora che si muove tra New York e l’Indonesia senza riuscire mai a sentirsi davvero a casa, attinge alla mia esperienza di vita tra paesi e lingue diverse. Anche la casa della nonna a Sumatra è modellata sui ricordi della mia famiglia. Ma voglio essere cauta nel non far coincidere la finzione con l’autobiografia.
Le femminilità che racconta sono complesse e sfaccettate. Ma tra loro sono cooperative? O individualiste?
Nessuna delle due categorie è davvero adatta, ed è proprio questo il punto. Il romanzo è più interessato alle condizioni che alle disposizioni. Le sorelle non sono cooperative o individualiste per natura. Sono plasmate da ciò che la loro famiglia, la loro classe e la loro fede hanno richiesto loro.
Non mi interessa celebrare la cooperazione o la solidarietà femminile come se fossero naturali o automatiche. Le sorelle si amano e si deludono. Fanno rispettare proprio quelle norme che le intrappolano.
Parlando della tua esperienza personale nell’editoria indonesiana e internazionale, essere donna è stato un tema?
Scrivo in indonesiano e i miei libri viaggiano tra lingue e culture.
In Indonesia, in particolare, i “custodi” del campo letterario – editor, critici, figure che conferiscono prestigio – sono prevalentemente uomini, e le scrittrici spesso non vengono prese sul serio come forze intellettuali o artistiche. L’idea implicita è che le donne scrivano narrativa domestica, personale, minore. Il lavoro formalmente sperimentale, politicamente incisivo o ambizioso tende a essere associato agli uomini.
Nel mercato editoriale globale in cui i miei libri circolano, però, essere donna non è separabile dall’essere indonesiana, dallo scrivere in una lingua che non è l’inglese, e dal provenire da un paese non associato al prestigio letterario. Sono fattori intersezionali. L’editoria globale ha un problema di visibilità: quali libri vengono tradotti, quali autori recensiti nei grandi media, quali nomi compaiono nei premi – tutto questo riflette gerarchie di lingua e capitale culturale oltre che di genere. Sono stata fortunata: i miei libri sono stati tradotti e discussi a livello internazionale. Ma so che non è la norma per chi scrive in indonesiano.
Nel libro emergono forti il tema della cura, della violenza, della femminilità. Lei si definirebbe femminista? Cosa significa in un contesto come l’Indonesia, con un passato coloniale alle spalle?
Sì, senza esitazione. Ma il femminismo che pratico non è universale. Lavoro da una prospettiva femminista decoloniale e trans-arcipelagica, il che significa prestare attenzione a come razza, religione, classe e geografia plasmano in modo diverso la vita delle donne, e a come il femminismo stesso possa riprodurre gerarchie coloniali.
Per me, nella pratica, il femminismo è un lavoro collettivo in condizioni di attrito – costruire connessioni attraverso profonde differenze di religione, etnia, classe e geografia, rifiutando di appianarle con un universalismo falso. L’Indonesia è un microcosmo: diciassettemila isole, centinaia di lingue, una maggioranza musulmana accanto a minoranze cristiane, induiste e animiste, tutte alle prese con eredità coloniali e uno Stato postcoloniale con le sue esclusioni. Qui il femminismo non può essere una piattaforma unica: deve essere una pratica che affronta differenze e tensioni.
Ogni scrittrice si colloca in un albero genealogico di autori e autrici che l’hanno ispirata in qualche modo. Quali sono i suoi riferimenti letterari?
Le mie influenze sono cambiate attraverso due grandi svolte, e queste svolte contano quanto i nomi.
Nei miei primi vent’anni, il mio pantheon era il gotico femminista: Mary Shelley, Margaret Atwood, Angela Carter. Carter in particolare mi ha mostrato che la fiaba e l’horror sono strumenti analitici, capaci di svolgere un lavoro teorico che il realismo non può fare.
Qui l’intervista completa.
Qui il libro: https://addeditore.it/prodotto/intan-paramaditha-la-notte-dei-mille-inferi/