18 settembre 2026

Guerra alla Terra. Il peso ambientale dei conflitti: l’intervista a Danilo Zagaria

News / Interviste

6 settembre 2026

La fantascienza nasce dalla vita. Anche quando nessuno ci ricorderà, gli esseri umani continueranno a vivere: l’intervista a Kim Bo-young

L’intervista a Danilo Zagaria su Il Bo Live a cura di Francesca Boccaletto.

Quella tra ambiente e conflitti è una relazione stretta e attualissima, eppure poco indagata. Quali sono le intenzioni all’origine di questo saggio? 
È vero, se ne parla poco, ma negli ultimi anni le cose stanno cambiando. Per molto tempo la quantità immane di lutti e sofferenze generata dalle guerre ha oscurato ogni altra possibile considerazione. Oggi invece non possiamo proprio fare a meno di parlare anche delle conseguenze ambientali perché – finalmente – siamo arrivati a comprendere che ogni evento umano, e quindi anche i conflitti, avviene all’interno di un perimetro ecologico, caratterizzato da limiti e leggi ben definiti, al quale nulla sfugge. L’intento del saggio è proprio questo: mostrare come la guerra, tramite il suo incedere mortifero e distruttivo, recide o scombina le relazioni ecologiche che costituiscono quella mirabile rete che sostiene la vita sulla Terra. Ho deciso di proporre ai lettori un percorso cronologico suddiviso in quattro parti, con cui racconto in che modo sia l’atto bellico vero e proprio sia la sua preparazione abbiano delle conseguenze sull’ambiente in cui viviamo. Quando ho iniziato a lavorare al libro non avevo idea di quanto l’eredità di un conflitto, oscena e distruttiva, potesse perdurare in un ecosistema terrestre o marino. Guerra alla Terra è quindi diventata un’indagine sia sullo spazio invaso, degradato e contaminato dall’atto bellico, sia sul tempo che l’ambiente impiega per smaltire le ‘tossine della guerra’, sempre che risulti possibile.

Uno spazio e un tempo. Per questo lavoro di ricerca sono state definite le coordinate geografiche ed è stata avviata l’indagine a partire dalla Prima guerra mondiale: è una decisione legata all’imponente quantità di eventi e dati storici emersi a partire dal primo Novecento o forse le ragioni sono più legate alla struttura del saggio? 
Per quanto riguarda la coordinata temporale, non ho potuto fare a meno di partire dalla Grande Guerra. Come disse il politologo americano George Kennan, quel conflitto fu la catastrofe originaria, il dramma da cui è poi dipeso lo svolgimento burrascoso del Novecento. Questo è vero anche per quanto riguarda gli effetti sull’ambiente. La Prima guerra mondiale fu infatti un conflitto totale, di massa e fortemente industrializzato. La volontà di prevalere a tutti i costi sul nemico e la situazione di stallo, creatasi sui vari fronti – la celebre guerra di posizione -, portarono a un inasprimento senza precedenti dei combattimenti, che oltre a travolgere milioni di vite devastò i suoli dei campi di battaglia, sbriciolò la cima delle montagne e ne alterò il paesaggio, contaminò i terreni per decenni. Se anche prima, in diversi modi, le guerre avevano inciso sugli ecosistemi, il livello raggiunto dal primo Novecento in poi non ha eguali nella storia. Ovviamente non ho potuto inserire tutto ciò che avrei voluto, e per questo motivo alcune aree geografiche sono rimaste fuori, in particolare il continente africano e il Sud America. Quindi sì, la struttura e il contenuto dei capitoli sono a tutti gli effetti il risultato di una scelta tematica e di una scelta pratica, dettata dai limiti che un libro deve pur avere.

L’attenzione si concentra sugli effetti che i conflitti producono sull’ambiente ma, ovviamente, non può prescindere da noi. Gli esseri umani sono causa primaria di distruzione e, al tempo stesso, vittime di questi disastri. Come si integrano questi due punti di vista nella tua narrazione? 
Quando ho iniziato il lavoro di ricerca, nella mia testa c’erano ben pochi punti chiari. Uno di questi era che non avrebbe avuto senso scrivere un libro sulle conseguenze ecologiche dei conflitti lasciando fuori gli esseri umani: noi siamo parte della biosfera terrestre. Ho quindi scelto di ragionare molto sul modo in cui i conflitti scatenati dagli esseri umani finiscano non solo per distruggere e sconvolgere un numero incredibile di vite, ma per metterne anche a repentaglio la sopravvivenza andando a mettere in crisi le relazioni che sostengono le nostre società. La sezione del libro in cui questo aspetto è più chiaro è, forse, la seconda, in cui racconto gli effetti devastanti dei bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale sulle città. Spesso non ci pensiamo, ma le nostre metropoli sono a tutti gli effetti degli ecosistemi. Distruggerle sistematicamente, come accadde in quei tragici anni, o annientarle con gli ordigni atomici, le armi urbane per eccellenza, si rivelò essere non soltanto un crimine efferato, ma anche uno scellerato atto di cancellazione della nostra casa, del luogo che abitiamo e che rendiamo vivo con la nostra presenza e le nostre attività. C’è poi un altro aspetto importante, che mi preme sottolineare e che si ricollega al discorso sulla temporalità fatto in precedenza: se guardiamo all’aspetto ecologico, le guerre non terminano con i trattati di pace o il cessate il fuoco. Quanto è successo nella Striscia di Gaza lo dimostra benissimo: anche se un giorno le violenze dovessero finalmente cessare, resterebbero comunque problemi di tipo ambientale a cui far fronte: crisi idriche, desertificazione, campi e frutteti ridotti a distese sterili, rischi sanitari di vario tipo.

I titoli scelti per le sezioni del saggio sembrano stridere con la durezza della materia: penso a “trittico” o a “rapsodia”. Quali le intenzioni alla base di questa scelta?
Mi fa piacere che alla lettura la sensazione risulti quella che descrivi, perché sono convinto che dove c’è contraddizione ci sia dimensione, ampiezza, fertilità. Devo ammettere che non era mia intenzione fin da subito. I titoli sono un elemento di articoli e libri che non riesco mai a mettere a fuoco subito, e infatti di solito emergono durante il lavoro. È andata così anche in questo caso. A un certo punto ho notato che la prima parte, quella dedicata alla Grande Guerra, era costituita da tre capitoli ben definiti, ognuno dei quali raccontava un aspetto preciso di quel conflitto così spaventoso. Formavano un trittico, come in alcune opere letterarie o artistiche. Quindi ho deciso che non avrei aggiunto altro e il titolo della sezione sarebbe stato Trittico della Grande Guerra. Lo stesso vale per la seconda parte, in cui esploro la devastazione delle città, veri e propri ecosistemi, come abbiamo detto, ad opera di immense flotte di bombardieri durante la Seconda guerra mondiale. Mi sono accorto a lavorazione inoltrata che avevo fra le mani un sacco di frammenti, citazioni letterarie, note, brevi prospettive, la descrizione di un quadro. Era una rapsodia, della quale mi piacevano l’incedere saltellante e gli scarti improvvisi. Ed ecco la Rapsodia del bombardamento aereo. In origine non era prevista nemmeno la suddivisione in capitoli per questa parte, che poi abbiamo aggiunto in fase di revisione per mettere un po’ d’ordine in quel caos rapsodico, appunto.

Il libro è costellato di citazioni – da racconti, romanzi, studi e altri saggi – e, per questo, si ha la sensazione di entrare dentro una storia iniziata da tempo. Quali sono state le letture determinanti per questo lavoro di ricerca? 
Fin da quando sono piccolo leggo libri di storia: mi appassionano e mi permettono di vivere in altre epoche. Col passare degli anni ho accumulato molti testi, di cui parecchi di storia militare. Quando ho iniziato a lavorare a Guerra alla Terra la mia sezione della libreria dedicata strabordava di titoli, volumi fotografici, opere in più volumi. Ho dovuto selezionare a lungo una bibliografia più ristretta, consona al tipo di ricerca che stavo svolgendo. Ritengo fondamentali Un terribile amore per la guerra di James Hillman e Davanti al dolore degli altri di Susan Sontag. Anche se non sarei andato lontano senza i trattati sui vari periodi storici, le opere letterarie mi hanno fornito il contesto: da Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque a Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut, passando per una delle più straordinarie opere di narrativa mai scritte sulla guerra: Quanto pesano i fantasmi di Tim O’Brien, interamente dedicata alla guerra in Vietnam. Devo dire che forse i libri più incredibili che ho letto e sfogliato riguardano l’epopea dei test nucleari, in particolare quelli fotografici. Non sono tradotti in italiano, ma le immagini che contengono colpiscono più di qualsiasi testo. Per quanto riguarda i conflitti più recenti o quelli oggi in corso sono stati invece fondamentali gli articoli scientifici e i rapporti pubblicati dalle Nazioni Unite o da centri di ricerca. Ogni tanto anche la poesia mi ha aiutato: Wilfred Owen, morto a pochi giorni dall’armistizio sul fronte occidentale durante la Grande Guerra, ha scritto liriche indimenticabili sul tema.

Dalla Prima guerra mondiale alle guerre del presente: quanto sono cambiate le dinamiche dei conflitti e, di conseguenza, come si sono evoluti i loro effetti sul pianeta? In che modo le tecnologie, penso all’uso dei droni e all’AI, hanno generato nuove tipologie di impatti ecologici?
In più di cento anni il modo di combattere le guerre è cambiato più e più volte, seguendo ovviamente gli sviluppi tecnologici. Anzi, potremmo spingerci a dire che spesso sono stati i conflitti, veri e propri periodi di accelerazione scientifico-tecnologica, a dettare il ritmo, cambiando dispositivi, società e stili di vita. La seconda guerra mondiale iniziò con le ultime, disperate cariche di cavalleria e si concluse con due esplosioni atomiche e il volo dei primi jet a reazione. Il tutto in soli cinque anni. Lo stesso sta succedendo oggi in Ucraina, dove nel giro di poco tempo è cambiato tutto: oggi assistiamo a quella che pare una guerra uscita da un romanzo di fantascienza. Intelligenza artificiale, droni di ogni tipo, mezzi senza equipaggio, tutte novità che danno luogo a impatti ecologici inediti. Nell’estate del 2024 sono comparsi i primi droni a fibra ottica: grazie a un cavo lungo decine di chilometri possono portare a termine le loro missioni senza essere disturbati dalle contromisure del nemico, tipicamente dei segnali ad alta frequenza che permettono di interrompere il legame fra il drone e chi lo controlla. I cavi però, per mille motivi, possono accumularsi sul terreno. Da due anni infatti vediamo fotografie che ritraggono i campi coltivati, le città e i boschi dell’Ucraina orientale coperti da una matassa argentea. È un groviglio che, a causa dei materiali di cui sono costituite le fibre e i loro rivestimenti, cioè vari tipi di plastiche, costituisce una sorgente potenziale di inquinamento per suoli e acque. In più, pare che alcuni uccelli abbiano già iniziato ad aggiungere sezioni di questi robusti cavetti alle strutture dei loro nidi, ma su questo aspettiamo studi più accurati.

Nel libro vengono passati in rassegna diversi contesti bellici: tra i casi affrontati, quali sono gli esempi più evidenti e devastanti della guerra sulla natura? 
La guerra in Vietnam è stato un vero scempio, forse quello che mi ha disturbato di più. Tutto nasce dal fatto che gli americani vivevano un momento di straordinaria euforia tecnologica. In quegli anni arrivarono sulla Luna e vinsero la corsa allo spazio, battendo di netto l’Unione Sovietica. Questa ubriacatura li portò a pensare che il loro apparato militare e industriale avrebbe potuto avere la meglio su uno dei più potenti alleati di vietcong e nordvietnamiti: la giungla. Dato che offriva riparo ai nemici e costituiva un terreno ostico e pericoloso per i soldati americani, i comandi decisero di usare tutto ciò che avevano a disposizione per metterla in crisi, per rimuoverla. Dal 1962 al 1971 impiegarono diversi agenti chimici – i cosiddetti ‘erbicidi arcobaleno’, ognuno dei quali era contrassegnato da un colore: il più famigerato è sicuramente l’agente arancio -, nebulizzandone grandi quantità sulle foreste e sulle risaie del Vietnam meridionale. Dato che l’agent orange conteneva diossine, fra le sostanze tossiche più pericolose per l’essere umano e altamente persistenti negli ecosistemi, il danno fu inimmaginabile. Non contenti, cercarono più volte di generare vasti incendi nel folto della giungla, scaricandoci sopra benzina, napalm e bombe incendiarie. Usarono enormi caterpillar corazzati per farsi strada fra i tronchi e provarono addirittura ad alterare il clima della regione, inseminando le nuvole con composti chimici nella speranza di allungare la fastidiosa stagione dei monsoni. Il peggio è che oggi, a cinquant’anni dalla fine di quella guerra, sappiamo pochissimo sugli impatti ambientali reali di quel conflitto, perché gli studi sulla biodiversità, sul suolo e sulle acque sono stati pochissimi.

Disastri eclatanti, ma non solo: esistono anche danni invisibili, nel lungo periodo. Quali le ferite silenziose causate dai conflitti?
Le regioni in cui si consuma una guerra spesso restano pericolose per anni, se non per decenni. L’elenco delle ferite nascoste è lunghissimo. Nella regione francese di Verdun ampie zone di territorio sono ancora off limits, per via dei residuati bellici potenzialmente esplosivi e dei metalli pesanti ancora presenti nel suolo. Non si tratta di una piccola area, ma di un mosaico di “zone rosse” grande nel complesso quanto la città di Parigi. I bombardamenti della Seconda guerra mondiale hanno generato una tale quantità di macerie in Germania che oggi alcune collinette nei pressi della città non sono cosa sembrano: si tratta in realtà di giganteschi ammassi di rovine, impossibili da rimuovere del tutto. Sono i Trümmerberge, i “monti delle macerie”. Il più famoso è il Teufelsberg, da cui si può ammirare Berlino dall’alto. Ma è forse nella seconda metà del Novecento che la contaminazione silenziosa dei territori ha raggiunto il parossismo: abbiamo detto degli ecosistemi boschivi del Vietnam, sconvolti dalla guerra termo-chimica, ma lo stesso discorso vale per gli atolli corallini del Pacifico devastati dai test nucleari. Quello di Bikini è ancora talmente pericoloso che i pochi esuli costretti ad abbandonarlo negli anni quaranta non sono ancora potuti tornare ad abitare la terra dei loro avi. Come se non bastasse, diverse guerre combattute in Medio Oriente hanno causato immani sversamenti di petrolio nel Golfo Persico e in alcune aree desertiche. Durante la Guerra del Golfo, nel 1991, il 5% della superficie del Kuwait fu ricoperto da una miscela coriacea costituita da petrolio, fuliggine e sabbia: il greggio era fuoriuscito dai pozzi volutamente “decapitati” e incendiati dall’esercito in fuga di Saddam Hussein. Un vero e proprio disastro ambientale di ampie proporzioni.

Nel libro viene analizzata la devastazione, ma chiedo: esistono esempi di rigenerazione e rinascita di territori che sono stati teatro di guerra?
Sì, certo. Pare un controsenso, ma è così. La guerra in più di un’occasione modella territori e confini, altera lo status quo di una nazione e soprattutto porta alla formazione di porzioni di territorio dai quali gli esseri umani tendono a stare lontani o in cui non è proprio permessa la presenza di persone o attività, come ad esempio la coltivazione o l’allevamento. Per questo motivo, è capitato in passato che la fine di un conflitto portasse alla costituzione delle cosiddette ‘zone di esclusione’ o ‘zone demilitarizzate’, vale a dire spazi rigidamente sorvegliati e chiusi al transito di persone e veicoli. È successo a Cipro, per esempio, ma anche nella penisola coreana, dove esiste una zona demilitarizzata che divide il Nord dal Sud. Col tempo, gli scienziati si sono accorti che questi luoghi hanno subito un processo di rinaturalizzazione notevole, con il ritorno di specie che erano precedentemente in crisi o il rifiorire della biodiversità, in particolare quella vegetale. Ovviamente è un processo che dipende dal fatto che l’essere umano si tenga lontano da quei territori. Non è un bel segnale: si tratta dell’ennesima dimostrazione che siamo una fonte di disturbo enorme per la buona salute degli ecosistemi. Mi sembra, però, che in questa storia si nasconda anche un suggerimento importante. Dimostra infatti l’importanza delle aree protette. Se quelle che istituiamo lo fossero davvero, e la presenza umana all’interno fosse ridotta all’osso, forse potremmo recuperare molto di ciò che stiamo degradando, erodendo e perdendo senza possibilità di recupero.

Al termine della stesura di questo saggio cosa resta addosso? Quale consapevolezza rispetto a una crisi climatica aggravata dai conflitti mondiali?
Quando ho finito di scrivere ero molto stanco, sfibrato dall’essere rimasto immerso per mesi in questa orgia di violenza, contaminazione e menefreghismo che è la storia ambientale dei conflitti degli ultimi centoventi anni. Avevo bisogno d’aria. Di tornare a leggere e studiare la vita, di lasciare da parte le disgrazie per un po’. Tuttavia, il presente incombe e oggi più che mai la guerra è al centro del discorso di governi e persone. Credo che il messaggio del libro, alla fine, sia questo: i conflitti, oltre a grandi lutti e immense sofferenze, causano anche un sacco di problemi ambientali che alla fine ci si ritorcono contro, crisi che dovremmo contenere e nei confronti delle quali dovremmo stare all’erta. Guardiamo alle emissioni: ci sono pochi dati – molti sono segreti, altri volutamente incompleti e vaghi -, tanto che si parla di military emission gap, un buco di informazioni che non sappiamo colmare. Però, alcuni studi suggeriscono che l’intero comparto bellico produce talmente tante emissioni che se fosse un paese, sarebbe al quarto-quinto posto della classifica, subito dietro ai giganti che pesano sul clima con le loro attività di ogni giorno. Forse l’aspetto che più di ogni altro dovremmo tenere a mente è che non sono soltanto le guerre a causare danni ecologici e a peggiorare la crisi ambientale, ma anche la vita di tutti i giorni del settore militare, fra test, esercitazioni e la costruzione di nuovi armi, mezzi e infrastrutture. Penso che sia di notevole importanza ragionare su tutto ciò, o almeno esserne consapevoli, dato che oggi pare non si faccia altro che parlare di riarmo e delle guerre che, sembra inevitabile – davvero? -, verranno.

Qui l’intervista completa.

Qui il libro: https://addeditore.it/prodotto/danilo-zagaria-guerra-alla-terra/

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