6 novembre 2026

I droni alterano gli ecosistemi. In Ucraina, i nidi sono fatti con fibre ottiche: l’intervista a Danilo Zagaria

L’intervista a Danilo Zagaria su Il Manifesto a cura di Andrea Capocci.

La guerra dei droni però non è molto più pulita.
Non direi. I droni sostituiscono bombe e missili, ma come loro hanno un impatto ambientale. In Ucraina si usano migliaia droni collegati attraverso fibre ottiche lunghe decine di chilometri per aggirare i sabotaggi della rete internet. Si tratta di enormi bobine di materiale plastico, che finiscono nell’ambiente. Creano impedimenti fisici e alterano gli ecosistemi. Dalla guerra in Ucraina sono arrivate le prime foto di nidi di uccelli costruiti usando le fibre ottiche al posto dei rametti. Finiscono per inquinare con nanoplastiche e microplastiche i terreni agricoli ucraini, tra i più fertili al mondo proprio grazie alla composizione superficiale del terreno. Ma i terreno diventa più fragile e più soggetto alla desertificazione.

Possiamo farci un’idea su quanto la guerra contribuisca al cambiamento climatico?
La stima non è facile perché mancano i dati sulle emissioni del settore militare, che le super potenze militari non rendono pubblici. I grandi accordi sul clima, infatti, non sono vincolanti per gli eserciti. Chi è impegnato in ricerche su questo tema parla di «military emission gap». Stime risalenti al 2022, incomplete e influenzate dal periodo pandemico, dicono che il settore militare pesa per il 5,5% delle emissioni totali di anidride carbonica. Significa che se le forze armate fossero un Paese sarebbero il quarto o quinto al mondo per emissioni.

È una responsabilità che riguarda solo i Paesi che partecipano direttamente ai conflitti?
Non si calcolano solo le emissioni generate dalle guerre, ma da tutto il settore militare. Ogni 1% del Pil investito in spese militari provoca un aumento del 2% delle stesse emissioni. Da questo punto di vista, il piano di riarmo europeo non è affatto neutro e l’Unione dimostra di puntare alla direzione sbagliata. Adesso si comincia a ragionare anche di eserciti a basse emissioni, con mezzi che vanno a biocarburanti e le cosiddette «caserme verdi». Ma è sufficiente il varo di una nuova portaerei per far sballare i conti sulle emissioni e dimostrare che si tratta di greenwashing militare. D’altronde i militari hanno spesso provato a sfruttare l’ecologia a scopo bellico, spesso compiendo errori.

Esiste un’ecologia di guerra?
Il conflitto in Vietnam e l’ecologismo scoppiano nello stesso periodo storico e non è un caso. I militari hanno provato a utilizzare le nascenti conoscenze dei biologi sulle foreste per rendere più letali i bombardamenti incendiari. Poi si accorsero che l’umidità delle foreste impediva l’innesco degli incendi. Ma anche a Gaza l’esercito israeliano ha colpito l’ambiente per renderlo invivibile per due milioni di persone, come ha mostrato in dettaglio il libro Ungrounding. Architettura del genocidio di Eyal Weizman.

Le operazioni belliche hanno anche impatti indiretti sul cambiamento climatico.
I conflitti stanno mettendo in crisi il diritto internazionale, lo stesso che dovrebbe trovare un punto di equilibrio fra i Paesi riguardo le strategie di decarbonizzazione. Gli Stati Uniti sono usciti dall’accordo di Parigi, i petrostati tengono in ostaggio i vertici in cui si prendono decisioni che ricadono su questa generazione e sulle prossime. Anche per colpa della guerra le sedi sovranazionali si svuotano di senso, proliferano i sovranismi e affrontare un’emergenza come il riscaldamento globale diventa sempre quasi impossibile.

Qui l’intervista completa.

Qui il libro: https://addeditore.it/prodotto/danilo-zagaria-guerra-alla-terra/

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