7 gennaio 2026

La mia utopia? Abolire il carcere e aiutare i migranti: l’intervista a Valeria Verdolini

L’intervista a Valeria Verdolini a cura di Francesco Barana su Il T

Questo libro è la storia di un’utopia, uno spazio di prova, un laboratorio mentale in cui diventano pensabili possibilità che ancora non esistono. Utopia come metodo per indicare una strada poi realisticamente percorribile, prendendo in prestito Franco Basaglia («Con cui sento di avere un debito culturale») e il suo «Utopia della realtà».

Verdolini, lei scrive che la nostra società è caratterizzata da forme di violenza sistemica, visibili e invisibili. Quali sono?
La violenza fisica è visibile. Ma poi ci sono strutture simboliche di violenza come il razzismo, il patriarcato, le forti diseguaglianze di reddito, di accesso abitativo o alle cure e alla salute. Queste forme di violenza “invisibili” condizionano la società perché organizzano il sapere, creano il pregiudizio nella lettura dei fenomeni e determinano i comportamenti.

Nel libro indica una via «utopistica» per affrancarsene…
Parto dal concetto di «rovesciamento» elaborato da Franco Basaglia e dal gruppo di Trieste, inteso come ritorno delle istituzioni alla loro funzione dichiarata, e non a quella svolta de facto. Basaglia la applicava ai manicomi, io allargo il ragionamento: si tratta di abolire attenzione abolire e non riformare – le strutture dell’oppressione, che legittimano lo squilibrio che c’è nelle relazioni sociali e nelle gerarchie umane.

Quali sono secondo lei?
Il libro è diviso in due parti, una sulle abolizioni possibili, cioè quelle che si possono realizzare attraverso interventi legislativi. Quindi il carcere, la polizia e i confini. E l’altra sulle abolizioni impossibili, che richiedono un cambio di prospettiva culturale: il patriarcato, il razzismo, il concetto di proprietà, la guerra, la sicurezza intesa solo come ordine pubblico e non coesione sociale.

Utopie, appunto…
Utopia in senso etimologico significa ” spazio altro”. Lo spazio attuale però è costellato da limiti, da forme di violenza e oppressione, di rapporta di forza iniqui e squilibrati. Funziona questo sistema? No, anzi negli ultimi decenni in Europa sono stati erosi diritti e welfare. Perché dunque non tentare un’altra strada? Peraltro nel libro indico soluzioni percorribili che in qualche modo già esistono.

Per esempio?
Propongo di abolire il carcere. Impossibile? In realtà già oggi esistono forme di pena differente. Un percorso che va sviluppato radicalmente perché la pena deve essere rieducativa e non segregativa.

Sul fronte immigrazione lei però propone di liberalizzare visti e passaporti. Non le sembra fuori dalla realtà?
Liberalizzando ridurresti le spese di viaggio dei migranti, ai quali in questo modo rimarrebbe qualcosa da parte per integrarsi da subito. Invece adesso arrivano qui senza soldi perché spendono tutto per pagare i trafficanti. Ed è l’indigenza a creare immediata marginalizzazione.

I ceti popolari però vivono sulle loro pelle le conseguenze meno felici dell’immigrazione irregolare: insicurezza in primis, ma anche manodopera a basso costo e dunque concorrenza salariale al ribasso.
Credo invece serva un cambio di pensiero. Una migrazione positiva contribuisce alla spesa pubblica e al Pil. E vanno trovate forme di coesistenza e relazione. La sicurezza va intesa non come ordine pubblico, ma come coesione sociale. Va allontanata l’idea della paura, dell’immigrato come predatore, della guerra tra poveri.

Non trova il suo approccio massimalista, estremista?
Non sono naif, ovviamente conosco la realtà. Ma il mio obiettivo da studiosa e da sociologa è creare discussione, indicare un percorso radicale. Penso sia necessaria la radicalità, serve un nuovo orizzonte, un cambio di paradigma. Nel libro, partendo dal post-colonialismo – e quindi dalla nascita del capitalismo – scrivo di come siamo arrivati a legittimare, nel sistema in cui viviamo, rapporti di forza squilibrati.

La sua sembra un ‘utopia…socialista. Non crede sia stata superata dal tempo e della storia?
In realtà ci troviamo in un’epoca di risacca, nella quale le diseguaglianze aumentano. Dal Dopoguerra in poi l’Europa ha vissuto decenni di benessere e si è ha dato per scontato che i diritti di ognuno fossero acquisiti. Invece sono stati erosi attraverso continui tagli a ciò che era il nostro modello: il welfare, lo stato sociale. Risultato? Rispetto a vent’anni fa si guadagna di meno, è più difficile accedere ai servizi e alle cure, e comprare o affittare una casa.

Qui l’intervista completa.

Qui il libro: https://addeditore.it/prodotto/valeria-verdolini-abolire-limpossibile/

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