L’empatia non è una bussola affidabile. Dobbiamo imparare a riconoscere un’ingiustizia anche quando la vittima non ci somiglia: l’intervista a Samah Karaki
L’intervista a Samah Karaki a cura di Elisabetta Ambrosi su Il Fatto Quotidiano.
“Quando dico che l’empatia non è una bussola morale affidabile, intendo che non si distribuisce in modo uguale. È attratta da ciò che è vicino, simile, visibile e narrabile. Si rivolge più facilmente a un bambino di cui conosciamo il nome che a migliaia di morti anonimi. Per questo reagiamo maggiormente a una vittima individuale rispetto a una massa statistica”.
Che ruolo hanno i media nello spostare l’empatia da un soggetto all’altro?
I media orientano massicciamente l’attenzione e, quindi, anche l’emozione. Selezionano ciò che diventa visibile, ripetuto, vicino e incarnato. L’empatia dipende molto da questa messa in scena. È proprio per questo che il pubblico reagisce di più ad alcune tragedie rispetto ad altre, ed è anche per questo che la saturazione può produrre l’effetto opposto: ritiro, anestesia, evitamento. Il Reuters Institute rilevava nel 2024 che circa il 39% delle persone dichiarava di evitare talvolta o spesso le notizie, e che la stanchezza nei confronti dell’attualità era fortemente aumentata, soprattutto nel contesto di guerre e crisi ripetute. Inoltre, l’IA generativa può facilitare la produzione di contenuti falsi o fuorvianti.
Come si potrebbe agire su questo fronte?
Servono carte etiche più rigorose sull’uso di immagini traumatiche, un’etichettatura chiara dei contenuti artificiali, la tracciabilità delle fonti visive e una maggiore responsabilità delle piattaforme nella raccomandazione algoritmica. Inoltre, dal lato del pubblico, è necessaria un’educazione ai media che non insegni soltanto a riconoscere il falso, ma anche a individuare ciò che ci cattura emotivamente. La vera questione non è solo “è vero?”, ma anche “perché mi viene mostrato questo, proprio ora, in questa forma?”.
I nostri politici utilizzano le emozioni in maniera strumentale, arrivando a fare leggi sull’onda della cronaca. Avviene anche in Francia?
Sì. In particolare, quando alcuni responsabili politici propongono di legiferare “a caldo” dopo un crimine molto mediatico o un episodio di panico morale. È una tendenza più generale delle democrazie mediatizzate, in cui la competizione per l’attenzione premia i racconti emotivamente intensi. Al contrario una democrazia matura non dovrebbe chiedere alle emozioni di governare; dovrebbe chiedere loro di segnalare i problemi, per poi affidare la decisione a procedure più lente e giustificabili.
Il ministro dell’Istruzione francese ha proposto di introdurre corsi di empatia nelle scuole. È una buona idea?
Non è necessariamente una cattiva idea, ma è una risposta insufficiente e potenzialmente mal concepita se si basa sull’idea che il principale problema morale e politico sia una carenza di emozione. Il problema, a mio avviso, è duplice. Innanzitutto, l’empatia non è automaticamente morale: si può benissimo imparare a comprendere meglio gli altri per manipolarli, oppure riservare la propria empatia ad alcuni e non ad altri. Inoltre, il bullismo, il razzismo o la disumanizzazione non sono soltanto deficit interindividuali di sensibilità; sono anche questioni di norme di gruppo, gerarchie, clima scolastico, rapporti di potere e tolleranza istituzionale. Dunque, se la scuola vuole agire in modo efficace, deve puntare meno su una sentimentalizzazione della morale e più su un’educazione al giudizio, alla gestione del conflitto, alle norme di giustizia, alla parola, al consenso, alla pluralità e alla critica degli stereotipi. La sfida è formare persone capaci di riconoscere un’ingiustizia anche quando la vittima non somiglia loro.
Che tipo di scuola servirebbe?
Come dicevo, credo sia necessaria una scuola più esigente sui saperi, sul linguaggio, sulla storia, sull’argomentazione e sulla capacità di distinguere esperienza vissuta, racconto mediatico, prova e giudizio. In altre parole, una scuola meno terapeutica nel suo immaginario e più ambiziosa intellettualmente.
Le emozioni quindi sono soprattutto un problema?
No, l’emozione può segnalare che sta accadendo qualcosa di importante. Può aprire l’attenzione, rompere l’indifferenza, rendere percepibile una violenza che i numeri da soli non fanno sentire. Ma non bastano a produrre una politica giusta. Per questo servono categorie giuridiche, confronti, principi di uguaglianza, istituzioni e la capacità di correggere i punti ciechi della nostra sensibilità. Direi quindi che il problema non è “emozione contro ragione”, ma un’emozione senza contrappeso.
Che tipo di empatia ci occorre, dunque?
Un’empatia informata, regolata, articolata al diritto e alla ragione pubblica può aiutare a combattere il razzismo e la disumanizzazione, soprattutto se assume la forma di uno sforzo di comprensione e di attenzione, piuttosto che di una semplice contagione emotiva. Ma non si deve pretendere che le vittime diventino “più toccanti” per essere riconosciute. Una politica antirazzista seria non dovrebbe dipendere dalla nostra capacità di identificarci emotivamente con ogni vittima. Dovrebbe basarsi su norme: uguale dignità, uguale vulnerabilità, uguale diritto al lutto, uguale protezione. Altrimenti, si lascia che l’uguaglianza morale dipenda dalla “fotogenia” della sofferenza. Si può cercare di comprendere qualcuno senza pretendere di “mettersi al suo posto”. Bisogna imparare a chiedersi: perché sono toccato qui e non lì? Chi resta fuori campo? Quali interessi vengono serviti quando un’emozione viene attivata? Questo richiede non una impossibile neutralità emotiva, ma una cultura della riflessività.
Qui l’intervista completa.
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