6 settembre 2026

La fantascienza nasce dalla vita. Anche quando nessuno ci ricorderà, gli esseri umani continueranno a vivere: l’intervista a Kim Bo-young

L’intervista a Kim Bo-young su TGKWORLD.

La scrittrice sudcoreana arriva in Italia per presentare Odissea stellare. Milano, Mantova, Bologna e Roma le quattro tappe del tour. In questa intervista racconta il suo rapporto con la fantascienza, con la scienza e con la cultura italiana: «Dante e Umberto Eco hanno sempre fatto battere forte il mio cuore»

C’è un momento, nelle storie di Kim Bo-young, in cui il futuro smette di essere soltanto il futuro.
Diventa una domanda sul presente.
Che cosa rimarrà dell’umanità quando la civiltà che conosciamo non esisterà più? Cosa succederà quando le persone avranno dimenticato il mondo costruito da chi è venuto prima di loro? E se, prima della nostra, fosse già esistita un’altra civiltà?
Sono domande che la scrittrice sudcoreana porta con sé nella fantascienza, ma che nascono da qualcosa di molto concreto: il bisogno di capire la vita.
«Che si tratti di fantascienza o di letteratura tradizionale, l’essenza della letteratura non è diversa», dice Kim Bo-young. «La letteratura nasce dalla vita e la scriviamo per cercare di comprendere le contraddizioni della nostra vita e del mondo».
A settembre sarà proprio l’Italia a diventare uno dei luoghi in cui quelle domande arriveranno al pubblico. Kim Bo-young sarà nel nostro Paese dall’11 al 16 settembre per presentare Odissea stellare, pubblicato da Add editore. Quattro appuntamenti, a Milano, Mantova, Bologna e Roma, che porteranno i lettori dentro il suo universo narrativo.

La fantascienza come forma di realismo
Per Kim Bo-young, immaginare il futuro non significa allontanarsi dalla realtà
Anzi.
In una società in cui la scienza è sempre più presente nella vita quotidiana, sostiene, la fantascienza può essere persino più vicina al realismo di quanto siamo abituati a pensare.
«Nella società contemporanea la scienza è parte della vita ed è collegata ad essa più di qualsiasi altra cosa. In un’epoca dominata dalla scienza, penso che la fantascienza possa essere molto più vicina al romanzo realistico».
È un’idea che attraversa anche Odissea stellare, storia in cui lo spazio e il tempo diventano strumenti per parlare di qualcosa di molto terrestre: il desiderio di incontrare qualcuno, la distanza, l’attesa, la paura di perdere ciò che amiamo
La fantascienza, in altre parole, non serve necessariamente a prevedere il futuro.
Può servire a guardare meglio il presente.

«Dante e Umberto Eco hanno fatto battere forte il mio cuore
Prima ancora di arrivare in Italia, Kim Bo-young racconta di avere già costruito un rapporto con la letteratura italiana.
Tra gli autori che l’hanno colpita ci sono Dante Alighieri e Umberto Eco.
«I romanzi di Dante e Umberto Eco hanno sempre fatto battere forte il mio cuore».
E poi Carlo Rovelli.
La scrittrice racconta di avere letto recentemente alcuni dei suoi libri scientifici e di avere scoperto, attraverso di lui, una bellezza inattesa.
«Ho capito che il mondo visto attraverso gli occhi della scienza può essere così poeticamente bello».
È forse questa la ragione per cui l’incontro tra culture interessa tanto Kim Bo-young. Una cultura diversa non offre soltanto nuove storie. Costringe a guardare ciò che già conosciamo da una prospettiva diversa.
«Lo sguardo di una cultura diversa ci permette di vedere il mondo come qualcosa di nuovo».
È la stessa sensazione che cerca nella fantascienza: rendere estraneo ciò che ci è familiare per poterlo osservare di nuovo.

Han, la ferita che diventa quotidianità
Quando parla della Corea, Kim Bo-young sceglie parole difficili da tradurre.
Una di queste è Han (한).
Spesso viene tradotta con «dolore», «rancore» o «tristezza», ma nessuna di queste parole restituisce completamente il concetto.
Per la scrittrice, Han è un dolore che si è sedimentato così a lungo da diventare parte della vita quotidiana.
È anche una chiave attraverso cui prova a spiegare, almeno in parte, perché la cultura coreana abbia trovato negli ultimi anni un pubblico così vasto nel resto del mondo.
La sua riflessione parte da un’interpretazione della storia recente della Corea: per molto tempo, spiega, il mondo occidentale avrebbe fatto fatica a riconoscersi in quel sentimento. Oggi, dopo anni di crescita economica, molte società conoscono invece stagnazione, incertezza e paura del declino.
E quel sentimento, improvvisamente, può diventare comprensibile.
Ma la cultura coreana non si ferma alla sofferenza.
Ad Han si affianca Heung (흥), una parola che indica una vitalità, un’energia collettiva, la capacità di vivere con entusiasmo anche quando la vita non è semplice.
E poi c’è Jeong (정).
È forse il termine più difficile da tradurre. Indica un legame umano che nasce lentamente, attraverso il tempo condiviso e la quotidianità. Non è semplicemente amore o amicizia: è quel senso di vicinanza che può svilupparsi tra persone che si prendono cura l’una dell’altra.
Kim Bo-young dice di aver riconosciuto entrambe queste dimensioni in Italia.
«Sono rimasta in Italia e ho sentito continuamente Heung e Jeong. È stata una cosa che mi ha reso molto felice e mi ha fatto sentire accolta».
È un passaggio significativo, soprattutto alla vigilia del suo primo incontro con il pubblico italiano.

«Quando correggo un libro, penso che sia stato scritto da qualcun altro»
C’è un’altra parola che torna spesso quando Kim Bo-young parla del proprio lavoro: distanza.
Quando rilegge ciò che ha scritto, prova a dimenticare di essere l’autrice.
«Penso: questo non è un romanzo che ho scritto io, è un romanzo scritto da qualcun altro».
Solo così riesce a capire se una frase arriva davvero al lettore nel modo in cui aveva immaginato.
Lo stesso principio vale quando torna sui suoi libri più vecchi.
Le opere vengono talvolta ripubblicate e, in quei casi, l’autrice interviene sulle frasi per renderle più chiare. Ma non cambia le storie
«Penso a quale fosse il significato che quella frase voleva trasmettere e cerco di renderlo più chiaro».
Il passato, per Kim Bo-young, non deve essere riscritto con gli occhi del presente
«I libri che ho scritto quando ero giovane non posso più scriverli oggi. Hanno il loro significato. Non bisogna toccarli con gli occhi di un adulto».
È una frase che potrebbe valere anche per la memoria: non tutto ciò che appartiene al passato deve essere corretto per poter essere compreso.

Prima delle parole vengono le immagini
Prima di diventare scrittrice, Kim Bo-young è stata graphic designer e ha lavorato nello sviluppo di videogiochi.
Forse è per questo che, ancora oggi, quando immagina una storia non la vede prima come una sequenza di parole.
La vede.
«Fondamentalmente penso attraverso le immagini. Quando immagino qualcosa, mi appare come un’immagine e poi la traduco in parole».
Il videogioco le ha insegnato però che raccontare una storia attraverso immagini e parole non significa raccontarla nello stesso modo.
Un romanzo segue una direzione.
Un videogioco no.
Il giocatore può salvare, tornare indietro, ripetere un’esperienza, scegliere.
«Il romanzo viene letto in ordine e in una sola direzione. È un mezzo lineare»
Il videogioco, invece, permette che il tempo si ripeta o si incroci. E soprattutto mette il giocatore dentro la storia.
«Non è l’autore da solo a portare avanti la storia. Molti giocatori intervengono attivamente e fanno delle scelte».
Per questo, sottolinea Kim Bo-young, una storia efficace in un romanzo non è necessariamente efficace in un videogioco.
Non basta avere una buona storia.
Bisogna capire il mezzo attraverso cui la si racconta.

Il futuro non appartiene soltanto agli esseri umani
Uno dei racconti contenuti nel volume, Future’s People, ha una storia particolare.
Era uno dei due testi con cui Kim Bo-young aveva partecipato al concorso che avrebbe potuto segnare il suo esordio. Non arrivò alla selezione finale: a essere scelto fu The Experience of Touch.
Anni dopo, l’autrice tornò a quel mondo narrativo.
Le era stato chiesto di scrivere una storia per una proposta di matrimonio e, pensando inizialmente a qualcosa di leggero, decise di raccontare la storia dei genitori dei protagonisti di quel vecchio racconto.
Il tempo, ancora una volta, diventa un ostacolo all’amore.
Ma è anche il punto di partenza per una riflessione molto più ampia.
Kim Bo-young guarda alla reincarnazione, al Samsara, il ciclo di nascita, morte e rinascita presente nella tradizione buddhista, e al concetto di Inyeon (인연), un legame che collega le persone oltre la semplice casualità dell’incontro.
E si pone una domanda: se gli esseri umani possono reincarnarsi, perché non potrebbe farlo anche una civiltà?
«Ho scritto il libro pensando che anche la civiltà, proprio come una persona, possa reincarnarsi».
Una civiltà può scomparire. La memoria può essere cancellata. Le persone possono dimenticare ciò che è venuto prima.
E poi può cominciare qualcosa di nuovo.

«Forse prima di noi c’erano già altre civiltà»
È qui che la fantascienza di Kim Bo-young si sposta definitivamente dalla tecnologia alla storia dell’umanità.
L’autrice immagina che quella che chiamiamo civiltà potrebbe essere soltanto una delle tante.
Forse prima di noi sono già esistite altre società umane. Forse sono scomparse senza lasciare tracce riconoscibili. Forse, un giorno, accadrà lo stesso a noi.
Kim Bo-young cita anche Isaac Asimov e Nightfall, che interpreta come una rappresentazione del ciclo di vita delle civiltà
Poi porta il pensiero ancora più avanti.
Se tutto quello che conosciamo dovesse finire, se le nostre città sparissero e nessuno ricordasse più i nostri nomi, questo significherebbe davvero che l’umanità è finita?
La sua risposta è no.
«Anche dopo che tutto ciò che conosciamo sarà scomparso, anche quando nessuno ci ricorderà più, penso che gli esseri umani potrebbero continuare a vivere»
È forse la frase che meglio riassume il mondo di Kim Bo-young.
La fantascienza può parlare di stelle, viaggi nel tempo e civiltà perdute, ma alla fine torna sempre alla stessa domanda: che cosa significa essere umani?

A settembre sarà l’Italia a provare a rispondere insieme a lei.

Qui l’intervista completa.

Qui il libro: https://addeditore.it/prodotto/kim-bo-young-odissea-stellare/

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