22 marzo 2026

L’empatia inganna: è turismo degli affetti: l’intervista a Samah Karaki

L’intervista a Samah Karaki a cura di Marco Ventura su La Lettura (Corriere della Sera).  

Che cosa intende per «sguardo empatico»?
Nello sguardo empatico una persona osserva ciò che vive un’altra persona, sequestra la sua esperienza e la interpreta secondo i propri schemi. L’altra persona viene ridotta alla sua sofferenza. Come i bambini in certi Paesi africani o la donna iraniana da liberare. Si trascura così che queste persone sono complesse, che hanno una interiorità psicologica altrettanto ricca quanto la nostra.

L’empatia implicherebbe una diseguaglianza.
C’è già nello sguardo empatico una posizione di potere. La persona empatica ha il privilegio di essere disponibile. Parlo in proposito di turismo affettivo, come quando si va in un museo. Si è disponibili a osservare, a provare un sentimento.

Che cosa ci sarebbe di male?
Non c’è niente di male, ma limitarsi a questo significa fermarsi prima della fase fondamentale che è quella di agire per l’altro e di interessarsi davvero a lui per chiedergli come vive.

Da dove viene la sua riflessione?
Ho iniziato chiedendomi perché il nostro giudizio sulla violenza non è il medesimo a seconda di chi se ne rende colpevole. Nella storia della genetica si è cercato il gene della violenza. Mi interessava decostruire questa idea e mostrare che il nostro giudizio cambia a seconda dell’appartenenza etno-razziale dei colpevoli e dei sentimenti che proviamo per loro. Sono partita dalle ricerche condotte negli Stati Uniti che mostrano come i delitti commessi dai neri sono sempre attribuiti alla loro natura violenta mentre quelli commessi dai bianchi sono ricondotti alla loro infanzia difficile.

Oggi si pensa soprattutto alle vittime di Gaza.
Dopo il 7 ottobre 2023 e tutto ciò che è seguito, il termine empatia ci ha invaso. Ci si è sorpresi che l’empatia non sia distribuita in modo universale, come se si trattasse d’una mancanza rispetto a ciò che detta la natura umana. Invece si tratta dell’espressione stessa di questa natura. In virtù della quale siamo toccati e interessati e indignati anzitutto dalla sorte di chi ci somiglia, di chi è esposto ai nostri sensi. Certe vittime invece sono rese invisibili e poi descritte come essenzialmente violente. Non abbiamo forse sentito dire che “non ci sono innocenti a Gaza”?.

Si riferisce alle parole del ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman, nel 2018, sulla complicità degli abitanti di Gaza con Hamas.
Per me è stato l’inizio della morte dell’empatia. Quando non si accetta che qualcuno possa essere innocente significa che ci si deve difendere dalla sua ostilità. Si è creato così, di fatto, il consenso a quello che c’è stato dopo il 7 ottobre.

Le neuroscienze cognitive sono al centro del suo libro.
Nel mio percorso di ricerca ho lavorato sull’ossitocina e sui modelli animali, poi sulla definizione di empatia e sui comportamenti emotivi. Ho studiato come lo stress subìto condizioni l’apprendimento, l’attenzione, e renda più ansiosi. Volevo criticare l’idea che quando si è empatici lo si è in modo costante.

Empatia e informazione sono strettamente legate.
Un flusso di informazioni continuo ci sommerge, ci intorpidisce, ci rende insensibili. Magari all’inizio nutriamo un interesse, ma alla fine lo perdiamo. A me succede. Mi rendo conto che non mi sorprende più la violenza in Libano.

Lei è nata e cresciuta in Libano, in una famiglia sciita.
I miei genitori sono libanesi. Si trovano in Libano in questo momento. Sono naturalizzata francese da dieci anni.

In che senso l’empatia è politica?
Ci sono due scuole. Per la prima siamo benevoli per natura e poi la società ci corrompe. Per l’altra siamo individualisti per natura, cerchiamo di dominare, e la morale ci contiene. Insomma, Jean-Jacques Rousseau contro Adam Smith. Ma la natura umana non esiste in questo senso. La morale è situata culturalmente, storicamente. In una guerra che si considera giusta, legittima, non abbiamo empatia per le vittime perché la loro morte è un male necessario.

Immagino si riferisca anche alla guerra in corso.
Ragazzine tra i 7 e i 12 anni sono morte per l’errore di un software di intelligenza artificiale nel bombardamento americano nella scuola di Minab in Iran. Se vi fosse un’empatia non politica si sarebbe fermata questa guerra o almeno si sarebbe aperto un dibattito serio sull’applicazione militare dell’IA. Ma non sappiamo niente di queste ragazze, mentre i media francesi ci dicono tutto dei soldati americani morti. Qui capiamo quanto l’empatia sia politica.

Che cosa propone?
Di non prendere sul serio i nostri affetti. Di ammettere che vengono dal nostro vissuto, dalle nostre preferenze. Di dirci che anche i nostri nemici vivono il mondo come lo viviamo noi e che anche loro pensano di aver ragione. A partire da questo principio ci serve qualcosa di più alto, di più elevato dei nostri propri affetti, che ci aiuti a diffidare di noi stessi.

Da dove prendere questo qualcosa di più alto?
Abbiamo bisogno di norme che ci aiutino non a correggere i nostri pregiudizi, perché non penso sia possibile, ma almeno a non seguirli necessariamente. Mi appello dunque a una forma di umiltà rispetto alla nostra interpretazione del mondo E a norme condivise come lo stesso diritto internazionale.

Lei invoca una coscienza storica dei rapporti di potere.
Comincio il libro raccontando l’ascesa del nazismo. Non era un gruppo di mostri, si cancellò l’empatia in modo lento, invisibile, inconsapevole e si arrivò a considerare l’altro come un subumano. È un meccanismo collettivo molto forte. Temo si stia riproducendo di nuovo.

Una buona empatia dovrebbe derivare da una migliore coscienza storica.
Sì, ma ci vuole qualcosa di più collettivo. Non possiamo davvero superare i nostri pregiudizi. Sono necessari progetti più grandi di noi. Dobbiamo dubitare di noi stessi, anche a livello individuale, intimo, di come interpretiamo il vissuto altrui.

Ma le persone non hanno anche bisogno di certezze?
In tempi di incertezza si ha bisogno di spiegazioni semplici e semplicistiche del mondo, il complottismo è più presente, si aderisce alla realtà che ha il costo d’ingresso più basso, si cade nel favoritismo endogruppo. È un riflesso di sopravvivenza, protettivo.

E allora?
Mi dirà che sono una biologa che fa politica, in realtà è l’opposto: si cerca nella biologia il fondamento dei miti eugenisti sulle origini, si torna alle scienze razziali. V’è allora il dovere di chiarire che la disumanizzazione è un fenomeno non fondato, non riposa su alcun dato scientifico. Non esistono gruppi umani che siano umanamente inferiori agli altri.

Ritiene davvero possibile un mondo de-gerarchizzato, senza rapporti di potere e di dominio?
Non credo in una natura umana ossessionata dal dominio. Penso sia una costruzione sociale. Fin dall’infanzia facciamo credere che viviamo in un mondo a somma zero. O siamo perdenti o vincenti. Questa competizione sociale fa nascere il bisogno di dominare, di strumentalizzare la forza vitale degli altri.

Il suo lessico è quello tipico del progressismo radicale.
Non credo in queste definizioni. Mi occupo del mondo com’è. Se guardare la società con uno sguardo oggettivo si chiama essere progressisti, allora… in altre parole non considero militante il mio discorso. E sono sempre aperta ad altre letture, purché naturalmente basate su prove, non su un’opinione. Se poi la mia lettura può condurre a un mondo più giusto, tanto meglio.

Come concilia la pretesa di oggettività con la selezione degli esempi del libro, tutti tesi a stigmatizzare l’Occidente bianco?
Certamente tutto passa dal vaglio della mia propria sensibilità e competenza. Quando analizzo la copertura mediatica della scomparsa di una donna bianca rispetto alla scomparsa di una donna indigena, un esempio woke, no? ( ride ), faccio riferimento a un fenomeno ampiamente descritto in sociologia. Come poi utilizzo gli esempi per sostenere il mio ragionamento, ben inteso è qualcosa di cui io stessa posso non essere consapevole.

Qui l’intervista completa.

Qui il libro: https://addeditore.it/prodotto/samah-karaki-lempatia-e-politica/

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