La città che cura
Prossimità e partecipazione: una nuova grammatica territoriale
Leggendo Carlos Moreno – e condividendo il suo percorso – si profila un’evidenza: la città non è mai una scenografia, e ancora meno un semplice assemblaggio di funzioni. È la nostra prima scuola di vita, il nostro alfabeto della responsabilità reciproca, il luogo dove facciamo esperienza del senso della libertà che è prossimità, accoglienza, capacità di abitare il mondo avendone cura.Cynthia Fleury
La riflessione sulla cura è diventata ormai un’esigenza politica, oltre che una necessità esistenziale, per maneggiare un mondo attraversato da profonde trasformazioni sociali, climatiche, sanitarie, territoriali.
Prendersi cura delle città e dei territori significa riconoscere che l’organizzazione dello spazio non è mai neutra: può ferire o guarire, isolare o unire, escludere o includere. Rimettere la qualità della vita delle persone al centro dell’azione non è un’utopia, ma una scelta metodologica ed etica che ha già ispirato politiche pubbliche concrete: da Parigi a Iztapalapa, da Busan a Toronto, dal Giappone al «Decalogo italiano».
Il benessere territoriale, come struttura portante di un nuovo patto tra i luoghi e gli abitanti, implica una trasformazione graduale ma radicale, in cui l’urbanistica è il baricentro che ci permette di scegliere e costruire il modo in cui abitiamo, viviamo e ci spostiamo. Proseguendo la riflessione sulla Città dei 15 minuti, Carlos Moreno affronta qui un passaggio centrale: pensare la città di domani in maniera umana e relazionale.
In un’epoca in cui si parla tanto di intelligenza artificiale, è importante considerare un’altra forma di intelligenza, una «IA» troppo spesso dimenticata: l’intelligenza ancestrale. Una forma di IA che non calcola, ma unisce. Che non predice, ma ricorda. Che non solo ottimizza lo spazio, ma onora il tempo, la memoria dei luoghi, dei gesti, dei legami.